Crociera Chioggia-Lussin Piccolo-Chioggia con gli allievi della Scuola navale Morosini

Crociera Chioggia-Lussin Piccolo-Chioggia con gli allievi della Scuola navale Morosini

Stampa
Crociera Chioggia-Lussin Piccolo-Chioggia con gli allievi della Scuola navale Morosini

Dopo accordi con il C.F. Stefano Romano, Direttore dei Corsi Allievi  della scuola navale militare "Francesco Morosini"  e con il  T.V. Vincenzo Pullez  , Comandante al 1° Corso della Scuola Navale, noi Venturieri abbiamo organizzato e  finanziato un viaggio  di  otto giorni  per sei allievi meritevoli e per un ufficiale accompagnatore.

 

Crociera Chioggia-Lussin Piccolo-Chioggia con gli allievi

della Scuola navale Morosini

 

 

Dopo accordi con il C.F. Stefano Romano, Direttore dei Corsi Allievi  della scuola navale militare "Francesco Morosini"  e con il  T.V. Vincenzo Pullez  , Comandante al 1° Corso della Scuola Navale, noi Venturieri abbiamo organizzato e  finanziato un viaggio  di  otto giorni  per sei allievi meritevoli e per un ufficiale accompagnatore .

 

A bordo della nostra goletta  “Grand Bleu”, sotto la guida di Marco Pozzi  e del

S.T.V. Gabriele Lunazzi Gorizza,

gli allievi 

Camilla Del Re

Federico Fabrizio

Lorenzo Gasparoni

Federico Mascellani

Antonio Palermo

Matteo Palmieri

 

Hanno vissuto un’esperienza  più che positiva, nonostante le condizioni climatiche non proprio estive.

I giovani hanno dimostrato grande maturità ed entusiasmo.

Al termine della crociera ciascuno di loro ha redatto un “Diario di Bordo”; tutti interessanti .

Tra questi allego qui di seguito quelli di Mascellani e di Del Re.

 Questo è stato un viaggio “test” ,infatti per la prossima estate  speriamo di ottenere sponsorizzazioni che ci permettano  l’organizzazione di una crociera piu lunga, sempre con gli allievi della scuola navale militare “Francesco Morosini”, che verrà anche  documentata da un filmato.

La nostra associazione vede nella Marina Militare Italiana un grande maestro che, partendo e rinnovando le solide basi della marineria velica, prepara i giovani verso il futuro.

E’ per noi  quindi motivo di orgoglio ospitare questi giovani così motivati e preparati.

 

 

 

 

 

 

 

EMOZIONI CON “I VENTURIERI”  Allievo Camilla Del Re

 

Venerdì 22 luglio 2011, quando per la prima volta ci siamo imbarcati sulla Gran Bleu, è cominciata la nostra avventura.
Nonostante l’ entusiasmo abbiamo dovuto attendere altri due giorni prima di salpare alla volta della Croazia, a causa del maltempo, ma ne abbiamo approfittato per concentrarci su alcuni interessanti lavori di manutenzione, tra i quali la sostituzione dell’ ancora ormai usurata, con una nuova.

Ci siamo spostati a Malamocco, mentre il signor Pozzi ci spiegava le tecniche di manovra in porto. La prima notte alla fonda è stata piuttosto agitata: ancora inesperti della vita sul mare abbiamo dimenticato gli osterigi aperti, e la pioggia ci ha colti di sprovvista, ma soprattutto in orari non particolarmente graditi. La mattina seguente ci siamo svegliati con un cielo plumbeo, che ci ha accompagnati fino alla Certosa. Gestire una barca di 16 metri nei canali veneziani non è certamente cosa facile, ma prestando attenzione alle correnti si impara velocemente. Il terzo giorno dal nostro arrivo abbiamo finalmente avuto la possibilità di fare una doccia: in barca ogni cosa acquista un valore diverso, l’ acqua è preziosa, lavarsi sarebbe sicuramente uno spreco!

E’ stato il giorno seguente che ci siamo per la prima volta sentiti realmente parte di quegli immensi spazi di natura che ci circondavano: issate le vele, sulla Gran Bleu è piombato il silenzio. Solo il ritmico movimento della barca ci sussurrava la presenza di un enorme forza, il vento, che ci spingeva sull’ acqua come fossimo un minuscolo e leggerissimo guscio di noce.

Rovigno è una cittadina caratteristica: visitata la chiesa di Sant’ Eufemia siamo passati al mercato, pagando frutta e pane in kune, la moneta locale. Nel primo pomeriggio siamo ripartiti per Pola, rotta 150°, vento da nord-ovest.  Abbiamo fatto una breve tappa nell’ isola di Cotez, dove ci siamo inoltrati fino a scoprire un bunker militare abbandonato, probabilmente fondamentale per la difesa della città, una volta importante centro marittimo, e ora luogo ricco si storia e di cultura. Qui a Pola il signor Bruno, parente di uno dei membri dell’ associazione de “I Venturieri”, ci ha accompagnati in una visita ai principali monumenti storici quali l’ Arena (che poteva contenere fino a 25000 spettatori – numero complessivo degli abitanti della città al tempo dei romani), la via Sergia (una delle famiglie di maggior spicco), il forte napoleonico, il convento di S. Francesco e la chiesa di S. Maria Formosa. Presto abbiamo però anche avuto l’ onore di gustare il cevapcici (salsiccette ai ferri) e il raznici (spiedini di carne), entrambi accompagnati da cipolle e dalla nota salsa di peperoni, l’ajvar.

Meno piacevole è stata invece la notte successiva, in cui abbiamo arato quasi fino agli scogli prima di svegliarci colti dal panico. Lo spavento è stato tale che il signor Pozzi ha deciso di fare dei turni di guardia fino all’ alba.

La tappa successiva è stata Lussino, che abbiamo vissuto di sera, riscoprendola come una cittadina particolarmente viva. Ci siamo ritrovati tutti insieme, in un bar nel centro, a trascorrere in allegria gli ultimi momenti di vacanza.

Il mattino seguente è infatti giunto il momento di cominciare a pensare al ritorno: il tempo era passato velocemente, e bisognava iniziare a risalire. Incontri interessanti, come quello con un gruppo di delfini, hanno allietato le ultime ore sulla Gran Bleu.

Mancava però ancora una parte importante del tragitto: la traversata, che avremmo fatto quella notte, e che sicuramente non ci saremmo aspettati tanto impegnativa. Verso le 23 abbiamo mollato gli ormeggi da Rovigno, dopo essere passati dalla dogana, e siamo partiti, ovviamente a motore, in direzione di Chioggia. La pioggia ci tempestava mentre al timone tenevamo la rotta, il buio ci obbligava ad abbandonarci totalmente alla bussola e ai pescherecci in lontananza, e solo la luce di un lampo ci mostrava ogni tanto un orizzonte che ci pareva sempre più cupo e lontano. Nonostante le difficoltà, verso le 9 siamo giunti a destinazione, e dopo la colazione quella notte non ci appariva altro che un lontano ricordo sfuocato ma al contempo estremamente emozionante.

Lasciata ormai da tempo la Gran Bleu, quello che ricordiamo di questa insolita esperienza sono la simpatia e la disponibilità del signor Pozzi, i colori del mare al tramonto, il profumo del legno, i tuffi che ci riempivano di adrenalina, la magnifica sensazione di stare il timone, ma soprattutto la serenità di un viaggio senza tempo, in cui ci si abbandona al ciclo della natura.

 

 

Fatiche, sorrisi e soddisfazioni: come sei adolescenti affrontano la traversata del Golfo di Venezia e la scoperta di Istria e Dalmazia.   Allievo Federico Mascellani

 

Chioggia, Venerdì 22 Luglio. Il sole sta calando sulla Laguna e con la tipica pacatezza estiva di un sedicenne mi avvicino alla darsena, dove incontrerò il Sig. Pozzi, proprietario della goletta Grand Blue, e il Sig. Lunazzi, che prenderà parte in questa esperienza. Ma soprattutto rivedrò, a distanza di tre settimane, cinque miei compagni di corso. Cinque miei amici.

Finalmente giungo all’attracco e mi presento al comandante. Sono stato il primo ad arrivare e per questo avrò l’opportunità di scegliere dove dormire: alloggerò nella cabina di prua con Lorenzo e Camilla. Dovrò condividere il letto doppio con Lorenzo e già prevedo intense lotte sonnambule per la supremazia del materasso.

Per cena lascio lo yacht club e vado in pizzeria con un mio amico clodiense. Quando in “tarda” serata ritorno, sono arrivati tutti. Antonio, Lorenzo, Camilla, Matteo e Federico; manca solo il Sig. Lunazzi che giungerà a breve. Disfiamo le valigie, parliamo di come sono state le tre settimane di vacanza e non facciamo altro che sorridere e scherzare; siamo spossati per il viaggio e, a causa della calura estiva, sudiamo senza alcuna fatica, ma non ci importa niente di tutto ciò. Siamo semplicemente felici di stare assieme.

Più tardi, dopo l’arrivo del Sig. Lunazzi  e dopo il primo briefing circa ciò che faremo nei prossimi dieci giorni, andiamo a letto stanchi e ansiosi. L’atmosfera è strana ma piacevole. Sono questi gli elementi che pronosticano, per dieci giorni a seguire, avvenimenti incancellabili nella nostra memoria.

“Pronti a lavorare!”. Ecco lo spirito con il quale Antonio inizia la mattina del primo Sabato. Neanche a ripeterlo, subito dopo colazione noi allievi stiamo già organizzando le corvè,  pulendo il ponte, cambiando l’ancora, riempiendo la stiva di scorte d’acqua dolce e quando abbiamo terminato il tutto, passiamo a una delle attività legate alla navigazione più raffinate: la programmazione della rotta. La giornata è uggiosa e fin troppo fredda per essere nella seconda metà di Luglio. Così rimandiamo la partenza nel pomeriggio sperando in condimeteo maggiormente favorevoli. Dopo una pizza e un breve scroscio di pioggia, il sole torna finalmente a illuminarci. In seguito ad un’uscita dal porticciolo a “fil di bricola”, il Sig. Pozzi ci illustra le manovre, i nomi e gli usi delle quattro vele color rosso porpora e appena usciti della bocca di porto iniziano i turni al timone. Tocca a me per secondo: sono emozionato ed eccitato all’idea di timonare quella goletta di 20 m, quasi impaurito. L’approccio è timido e incerto, ma solo inizialmente. Saper di avere sotto di sé la responsabilità di mezzo proprio, equipaggio e mezzi altrui mi carica, accende la volontà di ben figurare, non con gli altri, ma con se stessi e con il mare. Un mare mai schivo, che ti mette alla prova ogniqualvolta noi frangiamo un’onda o viriamo; un mare che accetta di farti crescere lasciandosi scoprire e facendo scoprire noi stessi ad ogni dubbio, problema e decisione da prendere, giusta o sbagliata che sia. I legami con le persone si uniscono, si spezzano e poi si ricongiungono più forti che mai, consapevoli che ogni istante passato insieme non tornerà mai più. E’ straordinario come pur facendo il proprio dovere al timone, i tuoi amici riescano a supportarti, anche semplicemente parlando o scherzando.

In questo clima le due ore di guardia passano veloci e in tardo pomeriggio arriviamo a Punta Alberoni. Gettiamo l’ancora al sicuro, dietro un frangiflutti della bocca di porto di Malamocco. Dopo una cena leggera preparata da Lorenzo e Federico, assistiamo a un tramonto mozzafiato che fa ben sperare al fine di condizioni meteo favorevoli. Non sarà così. In piena notte inizia a piovere fittamente e con nostro dispiacere ci accorgiamo di aver dimenticato un ombrinale aperto: l’acqua che entrava era gelida e si espandeva rapidamente sul pavimento della cabina. Prontamente il Sig. Pozzi esce con il keeway e chiude all’acqua la possibilità di entrare. Quasi divertiti torniamo a letto, ma adesso dormire non è facile: le onde fanno alzare e abbassare la prora della barca e Lorenzo ed io cocciamo contro un paio di volte.

La Domenica non inizia bene. Fa freddo, il vento ha rotto la cimetta che teneva in ordine la randa maggiore e c’è anche chi non sta. Federico ed io andiamo subito a mettere in ordine la vela, poi subito di sotto a preparare la colazione con Antonio (oggi tocca a noi). Ben coperti da tuta e giacca antipioggia, leviamo l’ancora per entrare in Laguna, dove le acque dei canali sono più tranquille e rassicuranti. La mattinata passa velocemente mentre mangiamo arachidi e sopportiamo il freddo nel pozzetto del timone. Anche il freddo è importante. Non perché tempri gli uomini o esprima virilità, ma perché avvicina le persone. Per tenerci caldi stiamo stretti tra di noi, ci diamo manforte l’un l’altro e ci uniamo per combattere un avversario esterno molto ostile e che s’insinua dappertutto. Il vento è molto intenso ed è opposto a noi. Così siamo costretti ad ancorare proprio di fronte al campanile di Malamocco. Prendiamo un tè caldo e ci riposiamo sottocoperta. Passano le ore e solo a metà pomeriggio riusciamo a riprendere la navigazione lagunare. Siamo diretti all’Isola della Certosa: passeremo lì la notte e domani cominceremo la vera traversata. Nel giungere al diporto velico però abbiamo una sorpresa, inaspettata fino a qualche ora prima: il passaggio dinanzi al Morosini. Ecco l’edificio, che si staglia sull’estremità più orientale di Venezia. Siamo tutti emozionati a quella visione oltre che nostalgici di quel luogo che ci sembra onnipresente nei pensieri quotidiani. E’ un tocca e fuggi: pochi secondi dopo abbiamo già diretto la prua verso il diporto dove trascorreremo la notte. Una doccia calda e una cena abbastanza sostanziosa ci ridanno vigore e così è concessa l’autorizzazione per andare a bere qualcosa al bar.

Il Lunedì, giorno d’inizio lavoro per antonomasia, rappresenta per noi l’inizio della traversata. Fin dalla mattina siamo eccitati e vogliosi di partire; siamo stufi della noiosa e sicura Laguna. Detto fatto, sfrecciamo fuori dalle bocche di porto di San Niccolò e via a 7Knts verso l’Istria. Prima di pranzo sorgono però diverse problematiche: la corvè di oggi si prospetta problematica giacché Camilla non riesce a stare sottocoperta e Matteo fatica a tagliare una fetta di salame interamente. Come se non bastasse il rumore del motore, utilizzato per la navigazione mista, è assordante e fastidioso. Andiamo così a dare manforte ai cuochi e dopo un pasto a base di caciotta, salame e melone cerchiamo di ingannare il tempo seduti sul bompresso. Le onde ci fanno sobbalzare e gli schizzi d’acqua investono i nostri visi sorridenti e volti ormai alla ricerca della visione della terraferma. Iniziamo, minuto dopo minuto, ad avere consapevolezza di aver raggiunto uno step del viaggio, un traguardo a breve termine che ci permette di sbloccare la nostra grinta e alimentare la voglia di proseguire. Finalmente il tempo migliora, il vento cala d’intensità e il sole riscalda: tutto questo ci invita a fare il primo bagno. Antonio, Lorenzo e io non esitiamo a tuffarci. Vado per primo con un tuffo da prora, in modo da non perdere il contatto con la goletta, che prosegue con la tacita navigazione a vela. L’ingresso in acqua è prima gelido, poi semplicemente freddo e infine rinfrescante. Anche il Sig. Lunazzi cede e si tuffa con noi. Ormai alla vista di Rovigno, terminiamo i tuffi e iniziamo a vestirci per approdare in terra croata. La “visita” alla dogana e l’ancoraggio nella baia “Porto Solitario” (“Luka Lone”) del paese istriano anticipano i momenti di relax che ci spettano dopo una giornata indubbiamente faticosa. La sera, dopo che gli adulti vanno a riposare le membra sulle brande, noi allievi ci uniamo nel pozzetto del timone per parlare, giocare a carte e ridere insieme. E’ bellissimo sapere che si sta facendo un’esperienza alla portata di pochi, sapendo che quei pochi non solo si trovano lì con te, ma sono anche persone con le quali si può condividere  molto più che un viaggio. Puoi provare sentimenti che neanche immaginavi esistessero e avere le stesse passioni di persone che non sarebbero mai sembrate così simili a te, in contesti diversi. Sono solo due giorni che viviamo sulla stessa barca, ma tutti noi sappiamo che siamo cambiati eppure siamo sempre noi stessi.

Il Martedì è una giornata di transizione. Visitiamo il paese, entriamo nella chiesa di Sant’Eufemia, facciamo scorta di frutta al mercato e torniamo alla barca. Improvvisiamo un tuffo rinfrescante prima di pranzo e salpiamo nel primo pomeriggio alla volta di Pola. La pacatezza incombe sull’equipaggio che armato di, occhiali da sole e crema solare, si mette a prendere il sole sul ponte, mentre passiamo vicino a isolotti, noti per essere luoghi di villeggiatura di “naturalisti”. Nel tardo pomeriggio doppiamo le Isole Brioni, luogo della residenza di Tito detta “Villa Bianca”: essa era dotata di uno zoo privato in cui ancora oggi vivono specie tipicamente africane quali giraffe, zebre ed elefanti. Emozionati e sorpresi dall’importanza storica e faunistica di quest’arcipelago, proseguiamo fino alla Baia di Valmadore, dove gettiamo l’ancora. Per mezzo del gommoncino di bordo approdiamo sull’isola Kotez dove, dopo un bagno refrigerante, scopriamo qualcosa che risveglia in noi lo spirito da bambini che si perde già a 12 anni, un bunker militare. Ci accorgiamo così di esser ridiventati esploratori e osiamo avanzare tra calcinacci e rovi semplicemente in ciabatte e costume. Non ci importa di niente: siamo solo noi, la natura e la storia. Chi è più timoroso o meno propenso a continuare viene incitato dalla forza trainante degli altri e lo spettacolo mozzafiato dell’ignoto che si rivela radura dopo radura, suggestiona ciascuno di noi. Federico avanza incessantemente tra le fronde dei cespugli insieme con Camilla e Antonio. Lorenzo ed io analizziamo accuratamente ogni angolo dell’isolotto; anche il Sig. Lunazzi preso dalla curiosità avanza passo dopo passo verso la cima della collina che sovrasta l’isolotto. Con l’amaro in bocca ci rendiamo conto che dobbiamo tornare al Grand Blue, ma prima di lasciarci alle spalle questa regressione temporale della nostra infanzia scattiamo una foto all’ingresso del bunker. La sera andiamo a letto tranquilli, forse un po’ nervosi per la fugacità del tempo, notata durante le esperienze pomeridiane. Ma non per questo meno risoluti nel continuare il nostro viaggio.

La mattina del Mercoledì è umida e afosa e oggi è il giorno del nostro arrivo a Pola. Il vento è contrario alla nostra rotta e per questo motivo siamo costretti a proseguire di bolina. Non appena entriamo nel Golfo di Pola, notiamo subito la differenza tra i paesini costieri dell’Istria e la solerzia di una città portuale: battelli, trasporti e piccoli cargo attraversano di continuo le ristrette acque mettendo alla prova la nostra fresca abilità marinaresca. Grazie all’esperienza del nostro comandante entriamo trionfalmente a Pola, dove attracchiamo in un diporto velico situato vicino all’Arena, il celebre anfiteatro romano della città Istriana. Nella mattinata visitiamo la già citata Arena, il Tempio di Augusto, la Porta Aurea e quella di Ercole oltre che il castello, la piazza Comunale e la storica Piazza Dante. Arriviamo infine al Cimitero Italiano, nella zona collinare della città: notiamo il monumento della Patria per i suoi caduti e prendiamo un ricordo scattando una foto. La mattinata avanza e la fame inizia a farsi sentire. Così a pranzo assaporiamo finalmente delle specialità croate: il “cevapcici” con salsa “ajvar”, delle polpette di carni miste di maiale, manzo e agnello e una salsa a base di peperoni rossi, peperoncino, aglio e melanzane, e il “raznici”, piccoli ma gustosi spiedini di maiale, cipolle e peperoni. Con la pancia piena iniziamo il ritorno al Grand Blue; durante il tragitto facciamo scorta di patatine, bibite e ci concediamo un gelato da veri turisti. Nel tardo pomeriggio salpiamo nuovamente alla volta della Dalmazia. Sul lungomare e presso il porticciolo si aduna una non poco numerosa folla che non aspetta altro di veder le nostre vele issate: difatti noi non facciamo attendere il nostro pubblico e, subito dopo aver mollato gli ormeggi, issiamo le vele attirando lo stupore e lo sguardo dei turisti e dei passanti. Con la rotta inversa a quella che abbiamo usato nella mattinata per entrare, lasciamo ora il Golfo di Pola diretti verso Sud.

Quasi melanconicamente arriviamo in una baia nei pressi di Premantura; ancoriamo insieme con una decina di barche in quel piccolo riparo, poiché il meteo sarà avverso quella notte. Siamo allegri in cabina. Lorenzo ed io ne combiniamo di tutti i colori a Camilla: le nascondiamo la spazzola, le raccontiamo storie dell’orrore e la spaventiamo travestendoci da “Yellow Pecora”. Il tutto termina in una risata e serenamente ci addormentiamo ascoltando musica dal mio Ipod. Ma alle cinque avviene l’imprevedibile; il Sig. Pozzi irrompe in camera svegliando l’equipaggio e chiedendo il supporto di due elementi. Usciamo tutti dopo aver indossato un keeway e con stupore e paura notiamo, sotto una pioggia fredda e scrosciante, un albero a circa 10 m da noi. Dopo aver costatato che non era un sogno e compreso che i 40 m di ancora non avevano tenuto, ci adoperiamo: ritirata la catena, accendiamo il motore e ci riportiamo nella posizione della sera precedente (circa 60 m dall’albero più vicino!). Calata nuovamente l’ancora, torniamo intirizziti sotto le coperte. Quest’operazione notturna ha fatto si che il risveglio fosse posticipato di un’ora il mattino dopo.

Il Giovedì comincia così più tardi del solito e si presenta, a differenza di tutti gli altri giorni, con il cielo completamente azzurro e una temperatura piacevole. Data l’ora tarda, decidiamo di doppiare il promontorio di Premantura e passare il resto della mattinata al largo di Medulino, punto più a sud dell’Istria. Io, Lorenzo, Antonio e Camilla sbarchiamo con il gommoncino sulla spiaggia di un campeggio; lì vicino sono presenti delle bancarelle con articoli molto interessanti. Memori che il cappello di paglia del Sig. Pozzi era stato rubato dal vento qualche giorno prima, ne acquistiamo uno nuovo e ritorniamo alla fonda per pranzare e ultimare i preparativi prima dell’attraversamento del famigerato braccio di mare del Quarnaro. Nel pomeriggio comincia questa nuova sfida: passare il canale, doppiare l’isola di Unje e giungere a Lussinpiccolo. Il tratto di mare è breve e il tempo abbonda; decidiamo di usare la sola navigazione a vela e, organizzati i turni al timone, ci dividiamo per prendere il sole, riposare sottocoperta o leggere un libro sul bompresso. Il mare è calmo adesso. Il lento cigolio del boma fa assopire Antonio; Camilla cerca di scrivere qualcosa sul diario e Lorenzo ascolta l’Ipod all’ombra del fiocco bomato. Nel frattempo Federico e Matteo mi fanno compagnia al timone, discorrendo del paesaggio e di come passeremo il resto dell’estate prima di rivederci al Morosini. La conversazione è tipicamente estiva: placida e contraddistinta dalla flemma causata dal bel tempo; non si ha difficoltà a distrarsi e pian piano la palpebra si fa sempre più calante. Un improvviso cambiamento della direzione del vento mi costringe a una strambata repentina che risveglia gli assopiti e alimenta un bisogno fisiologico primario: la merenda. In quattro e quattr’otto ci ritroviamo, tutti e otto, nel pozzetto del timone a mangiare patatine e bere coca-cola. In poche ore arriviamo in vista della costa dalmata ed entriamo nel canale dell’isola di Unje. Il tramonto è ormai vicino e le luci si fanno di un colore arancio acceso nel riflesso delle onde. Durante questo gioco di luci e ombre provocato dal sole, entriamo nel suggestivo fiordo che ospita l’affascinante paese di Lussinpiccolo. Siamo giunti al nostro Punto di Non Ritorno; non possiamo permetterci di navigare ancora verso sud e da adesso sarà solo una risalita alla volta dell’Istria, prima, e dell’Italia, poi. Sappiamo che siamo ben oltre la metà del viaggio, che il tempo passato ci ha sicuramente insegnato qualcosa e abbiamo la certezza che tutto ciò che abbiamo vissuto insieme rimarrà un ricordo indelebile nella nostra memoria. Dopo un primo giro di perlustrazione prima di cena, ci vestiamo in maniera consona per una località turistica nel periodo estivo. Usciamo tutti insieme e il Sig. Lunazzi viene con noi a farsi una birra e un drink. La nostra buona condotta durante i precedenti giorni ci fa guadagnare un’ora extra di uscita, fino alle 00.45. Prima di rientrare ci fermiamo al molo, su una panchina, a parlare. Non abbiamo voglia di andare a letto; sappiamo che questa serata sarà l’ultima del viaggio e così rimaniamo seduti a narrare impressioni, esperienze e segreti. Siamo un po’ cambiati da quando siamo partiti e sicuramente ci conosciamo meglio di prima. Alla fine decidiamo di rientrare, sforando comunque di un quarto d’ora. Adesso che è finita anche la nostra serata brava, io e Lollo ci addormentiamo con la solita metodologia: cuffie nelle orecchie e musica a palla.

Venerdì 29 è il giorno in cui inizia il rientro, sempre a tappe, in Italia. La mattina è utile per fare le scorte di frutta e verdura al mercato; andiamo insieme al supermercato dove torniamo tutti bambini intenzionati a comprarsi qualsiasi cosa passi sotto gli occhi. E così passano per le mani dolci, Nutella, patatine e maionese. Federico si compra un coltellino multiuso ispirandosi a quello che usa il Sig. Lunazzi; Matteo non resiste a degli occhiali taroccati pagati 10€ e Antonio compra delle carte nautiche della zona. Appena prima di salpare ci facciamo scattare una foto da un passante e poi ci lasciamo alle spalle quel ridente paesino che avevamo raggiunto poco più di dodici ore prima. A metà mattina gli stomachi reclamano e così mi “costringono”  a preparare qualcosa sottocoperta. Esco con pane e una crema a base di tonno, maionese, capperi salati e ajvar che conquista i palati di tutti i membri dell’equipaggio. Facciamo uno stop per rinfrescarsi e rifocillarci nella Uruglie Bay, litorale sud-occidentale di Unje. Tuffo, pranzo e via di nuovo verso nord-ovest, alla volta del Quarnero. Anche questa volta siamo fortunati: la traversata di questo braccio di mare si rivela relativamente poco impegnativa e nel pomeriggio possiamo permetterci una navigazione silenziosa e rilassante. Ci passano accanto yacht, panfili e fuoribordo e tutti ammirano e salutano la nostra imbarcazione che da una sensazione di austerità ed elevate abilità marinaresche. Sul tramonto, poco a sud di Pola, vediamo i delfini che già in precedenza si erano avvicinati al Grand Blue. Insieme con loro percorriamo un breve tratto di rotta molto vicino alla costa e caratterizzato da grotte e scogliere a picco sul mare. Nel giro di un’oretta raggiungiamo il luogo dove, alla fonda passeremo, la nottata: è il medesimo luogo di qualche sera precedente, posto di fronte all’Isola Kotez, nella Baia di Valmadore. Questa sera è più fresca della precedente e per questo evitiamo di fare il bagno. Nel dopocena, mentre Matteo cerca di risolvere un problema con una sartia dell’albero di Prua, sentiamo dalla costa le musiche di due feste diverse: la più vicina è una festa in stile latino americano con canzoni di autori sudamericani e ispanici; l’altra, poco più lontana, è una tipica festa con musica house. Siamo tentati di prendere il canotto e approdare via mare fino a quelle feste, ma rimaniamo nell’accogliente pozzetto: sappiamo che quella è l’ultima sera in cui potremo farlo. Siamo felici per ciò che abbiamo vissuto fino a quel momento e quasi ci rammarica tornare a casa. Lorenzo e Antonio mi hanno sfidato a tuffarmi dal famigerato 6° scalino della scala che porta alle barre dell’albero maestro, ma è troppo tardi e bisogna rinviare l’evento al giorno successivo. Adesso siamo veramente stanchi: il ritorno diretto da Lussino a Pola è stato “vrlo vaporan”, molto faticoso. Non c’è nemmeno il tempo per fare discorsi seri in cabina, che subito partiamo per il mondo dei sogni.

Giungiamo al Sabato; le prossime saranno le ultime ore di navigazione nelle acque croate e per oggi il turno di guardia alle “gamelle” è affidato, secondo calendario, a me e Antonio. Dopo colazione Matteo termina la riparazione di una delle sartie a dritta, mentre Lorenzo fissa per sicurezza il 6° scalino, così da permettere l’attuazione della scommessa fatta il giorno precedente. Il vento di poppa ci costringe a proseguire con un’andatura “a  farfalla”, in modo da avere due delle vele a dritta e le rimanenti due a sinistra. La velocità non supera mai i 2Knts e solo prima di pranzo arriviamo nella Baia Valmascin, dove facciamo un bagno rinfrescante prima di un prelibato pranzo: riso e fagioli. Nel pomeriggio assistiamo a un particolare evento: due imbarcazioni di media grandezza si avvicinano. Ma queste non sono barche normali, sono piene di nudisti, intenti a fare il bagno nelle acque antistanti alla nostra goletta. Stranamente divertiti, assistiamo ai loro tuffi; loro sono incuriositi dalla nostra nave e si rivolgono a noi con sorrisi a lunga distanza per salutarci. L’ora chiama e nel pomeriggio giungiamo nuovamente a Rovigno: non dobbiamo visitare il paese; questa volta bisogna solo andare in dogana a segnalare la nostra uscita dal territorio croato. Poco prima di cena io; Lorenzo e Antonio riusciamo a ottenere il permesso di un bagno veloce. La giusta occasione per portare a termine la sfida che ci ha visto coinvolti. Mettiamo il costume e decidiamo l’ordine di partenza; sono io il primo. Mentre salgo, scalino dopo scalino, penso a tutto ciò che ho vissuto negli ultimi nove giorni; cosa ho vissuto veramente? Come sono cambiato? Sono ardue le domande che sorgono in quei momenti… Ma non importa! Ora sono là con i miei amici a divertirmi e a condividere un gesto che non dimenticherò a breve. Arrivato al 6° scalino, mi giro verso il mare; guardando in giù scorgo gli altri, ansiosi quasi quanto me. Il tramonto è alle mie spalle e l’acqua è piuttosto scura, ma non fa paura: è la stessa acqua tiepida, dove mi sono tuffato qualche giorno prima. E’ il momento giusto: prendo un grande respiro e salto. L’esperienza del volo è indescrivibile. Solo tu con l’aria, diretto, senza ostacolo alcuno, verso il proprio obiettivo: l’acqua. L’emozione cresce esponenzialmente fino all’impatto con la superficie marina. E poi silenzio. Il liquido avvolge il tuo corpo in un breve lasso di tempo e, quando ti accorgi di esser troppo in profondità, ti giri e torni verso la luce, che diffusamente illumina la sagoma del Grand Blue. Fuoriesci da sotto la superficie vittoriosamente; sai di aver fatto qualcosa di memorabile e di aver vinto una sfida con se stessi. L’emozione, che sembrava scomparsa al contatto con l’acqua, riemerge quando, guardando gli occhi dei tuoi amici, ti accorgi che da qual momento in poi sarete ancora più legati. Non credo di sapere cosa possano pensare Lorenzo o Antonio o tutti gli altri; ma sono certo che tutto quello che ho provato e provo io a livello emotivo, sia non solo estremamente venusto, ma anche alla portata di tutti. Le foto si sprecano in queste occasioni. Il tempo è ormai passato e l’adrenalina non è più in circolo nel sangue. Le risa diventano sorrisi e non rimane che sedersi a tavola insieme, ancora una volta. L’ultima probabilmente.

E’ ora di salpare. Il tempo sembra prometter pioggia e, infatti, mentre vado con il Sig. Pozzi e il Sig. Lunazzi in dogana, piccole goccioline colpiscono il molo illuminato dai fari, così da farlo risaltare dal buio del cielo notturno e delle acque fosche. I turni per la navigazione notturna sono stati stabiliti: Antonio ed io siamo i primi fino alle tre di notte. Emozionati, prendiamo il timone: in quel momento siamo diventati comandanti, ufficiali in plancia, ufficiali di rotta e timonieri in una volta sola e contemporaneamente. I pescherecci, nel frattempo, escono dai porti, diretti verso il luogo di posatura delle reti. Federico, Lorenzo, Camilla e Matteo ci augurano buona fortuna e vanno a riposare. Anche il Sig. Pozzi va a distendersi in quadrato; il Sig. Lunazzi è l’ultimo a lasciarci e dalle 00.32 in poi siamo soli. Pochi istanti dopo un temporale intenso e cosparso d’immensi fasci di luce, provenienti direttamente dal cielo, si abbatte sul tratto di mare a noi pertinente. Il pozzetto si riempie velocemente di acqua e il vento ci costringe a lascare la randa, con un’azione estrema. Alti e neri spruzzi da acqua salata mi bagnano mentre, legato a una cima di sicurezza, manovro la scotta. All’orizzonte si vede un cargo di dimensioni e portata mostruose; appena riusciamo a evitare che le rotte s’incrocino, la bussola impazzisce per poi ritornare stabile. Possibile che sia stata influenzata in maniera così elevata dal ferro di quel cargo? Probabilmente è proprio questa la risposta. Tornati in rotta, le condizioni meteo migliorano: la pioggia cessa e il crescente vento funge da phon, asciugando le nostre tute.

E’ arrivato ormai il momento del cambio guardia. Tocca a Camilla e Matteo; Antonio timona mentre io scendo sottocoperta a svegliare i montanti. Spiego come utilizzare l’imbragatura di sicurezza, comunichiamo la rotta da seguire e molto velocemente scendiamo in cabina a cambiarci. Il letto non era mai stato così soporifero dall’inizio e del viaggio. Neanche si riesce a finire di formulare un pensiero che subito si casca in un sonno profondo.

Il successivo cambio di guardia è un ricordo offuscato per me: Lorenzo che indossa il keeway e Cami che mangia patatine prima di infilarsi sotto le lenzuola. Per il resto, la stanchezza ha avuto il sopravvento e l’unica cosa che posso ricordare è come dolcemente ci siamo addormentati tutti, spossati certo, ma orgogliosi del nostro operato.

Arriva, infine, la mattina della Domenica con i suoi caldi raggi di sole. Lorenzo e Federico sono intorpiditi dal freddo umido che li ha accompagnati fin dalle sei di mattina. Ci siamo svegliati tutti e la nostra terra non dista molto ormai; già s’intravede, dietro la foschia, la bocca di porto di Chioggia. Emozionati, ci avviciniamo alla fine di questi splendidi giorni, vissuti in compagnia e nel modo migliore che si potesse sperare. Fin troppo velocemente ci avviciniamo alla banchina che ospiterà la nostra goletta. Le manovre di ormeggio cominciano pochi istanti dopo e, grazie alle abilità acquisite, sono eseguite perfettamente. E’ il momento: saltiamo a terra, baciamo l’erba e ci abbracciamo soddisfatti. In quegli abbracci sono racchiusi sentimenti di amicizie ormai indissolubili; non sappiamo se essere tristi o felici, sappiamo solo che ci troviamo lì, insieme ancora una volta, dopo poco più che una settimana.

Facciamo colazione al bar dello yacht club e ci prepariamo psicologicamente a fare i bagagli per tornare a casa. I successivi sono momenti che non si sa come definire; si cerca di riflettere molto mentre si riempie una valigia: si prova a capire se anche il bagaglio della nostra esperienza si è riempito in un qualche modo. Sono certo che dopo questi ultimi giorni esso si è notevolmente farcito. È quasi ora di partire: Federico è già salito sulla macchina dei suoi e Camilla sta aspettando l’arrivo di suo padre. Lorenzo ed io salutiamo tutti e ci avviamo insieme alla stazione: viaggeremo insieme fino a Bologna, poi le nostre strade si separeranno fino alle rispettive case.

Argomenti per le mani ne abbiamo avuti tanti; esperienze ne abbiamo fatte; cosa ne sarà ora? Siamo stati bene insieme tutti noi, compreso comandante e accompagnatore. Non rimane altro che continuare la vita proponendoci come persone sicuramente migliori rispetto prima. Non dobbiamo andare avanti voltati al passato, bensì coscienti che il presente è il risultato delle azioni che abbiamo svolto in precedenza. “E il mare concederà agli uomini nuove speranze, come il sonno porta sogni.” (Cristoforo Colombo).