Capodanno nel Peloponneso con ODYSSEA

Capodanno nel Peloponneso con ODYSSEA

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  “Per il periodo di disarmo, la cosa migliore è lasciare la barca in un luogo interessante anche se lontano; così la si può utilizzare quale base di escursioni nell’entroterra, spesso impossibili durante l’estate”. E’ l’idea di Carlo Bottigelli, armatore di ODYSSEA, un cutter bermudiano di 10m “new classic” in lamellare epossidico di mogano e cedro, barca che lo stesso Carlo ha progettato e poi in gran parte costruito con l’aiuto di diversi amici velisti, dopo che un mastro d’ascia aveva dovuto interrompere la costruzione dello scafo. Pertanto il nome della barca non deriva dalla passione di Carlo per la Grecia omerica, ma piuttosto dal fatto che la nuova barca in legno non era mai finita……… 5 anni, invece dei 2 stimati inizialmente per la costruzione, che sommati ai 4-5 per lo studio e lo sviluppo del progetto e dei particolari costruttivi, giustificano il nome ODYSSEA !!  

Quest’inverno la barca è ormeggiata nel Marina di Kalamata, una città vivace, dalle caratteristiche profondamente mediterranee, nella regione più meridionale d’Europa (avete capito che Carlo, milanese, non ama il freddo e la nebbia dell’inverno padano…. Milano o Chioggia che sia!). Si Chioggia: il covo scelto da GianMarco per I Venturieri; è proprio dalla città lagunare che è incominciata nel 2001 l’odissea di Carlo nel Levante veneziano, dopo il varo della barca a Mantova nell’antico Porto Catena, la navigazione lungo il Mincio, il Po, il Canal Lombardo tra salici, sabbioni, argini, chiuse e barene (e l’immancabile incaglio!) per raggiungere Chioggia dove ODYSSEA è stata armata e completata negli impianti prima di lasciare l’Italia per il Levante.

Ogni inverno è stata in disarmo in luoghi suggestivi e interessanti consentendo di utilizzarla quale punto di appoggio per visitare luoghi significativi per la storia della marineria e di Venezia. Dopo un inverno a Chioggia (con escursioni a Venezia e nelle isole della laguna), ODYSSEA è stata ormeggiata a Spalato, Milna, Corfù e quest’anno a Kalamata nel Peloponneso, la Morea dei Veneziani. Come due anni fa quando ODYSSEA era ormeggiata a Corfù, quest’anno per le vacanze “venturiere” di Capodanno si sono dati appuntamento con Carlo, Gianni Avanzo e Rosalia Romagnolo, la coppia venturiera che nell’estate 2006 ha effettuato il raid Venezia-Corfù con il topo comacino “Dalkey Bay” da loro restaurato, che da allora è all’ormeggio nel Marina di Gouvia a Corfù. E’ stato proprio il desiderio di Gianni di dare un’occhiata alla sua barca dopo oltre un anno di assenza da Corfù, a convincere Carlo a ritornare anche lui sull’isola di Nausica, a trovare i suoi vecchi amici locali, …..forse discendenti dei Feaci! Sbarchiamo a Corfù la mattina del 27 dicembre, dopo una comoda e piacevole crociera da Venezia. Alla partenza, dal 10° ponte della nave, che solcava il Canale della Giudecca e il Bacino di San Marco al rallentatore, abbiamo potuto ammirare la città in tutta la sua bellezza, in una giornata primaverile, mentre la sagoma mostruosa della nave proiettava la sua ombra sui palazzi veneziani. Troviamo Dalkey Bay in ottime condizioni, con la sentina perfettamente asciutta. Dopo il pranzo a bordo, nell’atmosfera fantastica di una giornata di sole con 26°C, Gianni monta rapidamente l’invertitore che si era portato a Padova da modificare. Decidiamo di andare a goderci il tramonto sulla costa ovest dell’isola, nel paesino di Lacones che si affaccia sull’anfiteatro di ulivi e cipressi che circonda Paleokastritsa. Con le sue baie verdi-smeraldo tra promontori scoscesi, questo è forse il luogo più suggestivo dell’isola, giustamente famoso. Dopo il tramonto scendiamo da Lacones a Paleokastritsa, e andiamo a suonare il campanello del Monastero della Vergine per salutare l’amico Archimandrita Makarios (qui ritiratosi in pensione), che Carlo vuole far conoscere a Gianni e Rosalia.

Lo troviamo preoccupato per la sua salute, ma sempre arguto nelle sue considerazioni sulla politica internazionale, e con molto piacere gli lasciamo le due bottiglie di spumante che ci siamo portati in Grecia per fine-anno. Dopo un aperitivo con il vecchio amico Cristo Mourikis (che ci aveva dato una mano anche per i contatti con il Marina di Gouvia per la sponsorizzazione del raid Venezia-Corfù), finiamo la serata nella psaro-taverna Gereko di Kontokali dove un altro amico Christo ci serve “burdetto” e gamberetti alla griglia insuperabili! Anche il bianco della casa dal villaggio di Sinarades non è da meno! La mattina del 28/12 si parte in traghetto per Igoumenitsa sulla terraferma, dove Gianni e Rosalia visitano i bei dintorni mentre Carlo fa la spola in traghetto con Corfù dove ha dimenticato il telefonino. Dopo aver transitato sul magnifico nuovo ponte sui piccoli Dardanelli vicino a Patrasso, all’ora di cena arriviamo finalmente a Kalamata dove ci sistemiamo sulla barca ormeggiata nel marina. Per essere inverno, anche ODYSSEA è straordinariamente asciutta, ma bisogna considerare che essendo Kalamata così a Sud, quando fa bello la radiazione solare è molto forte anche in inverno e asciuga ogni cosa. Inoltre, a salvaguardia di eventuali infiltrazioni, Carlo lascia un tendalino steso sul boma, creando così nel pozzetto un’utile “veranda” per i giorni piovosi quando si rientra da escursioni bagnati o con gli ombrelli. In verità quest’anno il tempo è stato molto clemente con noi. La mattina del 29/12, quando usciamo dalla barca ci colpisce come sempre in inverno la luce diffusa, incredibile, che inonda il marina, riflettendosi sulla superficie immobile del mare. Siamo più a sud di Siracusa! Carlo ne approfitta per fare piccoli lavori di manutenzione alla barca, mentre Gianni e Rosalia raggiungono in auto la rada di Navarrino dove visitano la possente fortezza turco-veneziana, molto ben conservata, costruita dai turchi dopo la sconfitta di Lepanto per proteggere l’imboccatura della rada e la cittadina di Pylos.

Gli edifici intorno alla piazzetta hanno caratteri ottomani, anche se il piano della cittadina fu tracciato dai francesi all’indomani della grande sconfitta dei turchi nella rada (1827) ad opera delle flotte congiunte di Francia, Russia e Inghilterra. In estate i relitti dei velieri sono ancora visibili con la maschera a 25m di profondità. Dopo la visita alla fortezza, Gianni e Rosalia tentano di visitare il vicino sito archeologico del palazzo miceneo di Nestore, ma alle 15 trovano l’ingresso già chiuso: orario invernale! Peccato, questo obbliga a fare altre cose prima di cena. Come occupare d’inverno il tardo pomeriggio quando fa già buio, è infatti il problema delle vacanze invernali in barca. Spesso è l’occasione per una buona lettura o un pisolino prima dello struscio in centro. Qui è d’uso infatti raccogliersi tutti in centro per incontrare amici, amiche ecc.… davanti ad una birra o ad un ouzo con mezè. In Grecia, si diventa come i greci…..”una facia, una raza” dicono di noi Italiani; e siamo sempre molto ben accolti. Il 30/12 anche Carlo si aggrega a Gianni e Rosalia per guidarli alla scoperta del Mani, la punta più meridionale e selvaggia del Peloponneso, che Carlo ha costeggiato la scorsa estate, rifacendo con lo stesso equipaggio la crociera fatta nel 1982 in campeggio nautico! Il Mani è oggi scarsamente abitato, ma qui è vissuto in passato un popolo indomito –discendente sembra dagli antichi Spartani- che per secoli ha saputo mantenere la propria autonomia da Romani, Bizantini, Turchi (alleandosi saltuariamente con i Veneziani) fino a diventare protagonisti della rivolta che diede inizio alla guerra di indipendenza della Grecia nel 1821, culminata con la battaglia navale di Navarrino, l’ultima della storia tra vascelli a vela. Mentre si viaggia verso sud, il paesaggio diventa sempre più aspro e selvaggio, costellato di borghi storici e villaggi semi-abbandonati dove spiccano numerose le torri difensive e di avvistamento (nelle lotte tra clan locali), caratterizzate da grandi massi di pietra squadrata sugli spigoli. Per le sue qualità di territorio intatto, abitato da popolazione autoctona in villaggi dalle caratteristiche morfologiche originali, non ancora intaccate dal turismo di massa, il Mani è oggi sotto la tutela dell’UNESCO che lo ha dichiarato patrimonio dell’umanità. Purtroppo non è protetto dagli incendi che anche qui hanno colpito duramente alla fine di Agosto, causando indirettamente numerosi fenomeni di erosione durante le piogge invernali. Dopo una sosta a Kardamyli e nel centro storico di Aeropoli, la capitale del Mani, per visitare alcune chiese antichissime splendidamente affrescate e decorate con icone bizantine, proseguiamo per Mezapò, ex villaggio di pirati dove ci affacciamo sull’insenatura circondata da pareti rocciose strapiombanti dalle quali, secondo la tradizione, i Lestrigoni di omerica memoria affondarono con massi enormi l’intera flotta di Ulisse salvo la sua nave. Visitiamo anche Gerolimeni, piccolo ridosso molto precario, e sostiamo a Vathià, un borgo turrito dell’entroterra, dove Rosalia si scatena con la macchina fotografica. Raggiungiamo dopo pochi km le rovine dell’oracolo miceneo di Capo Tenaro (Matapan), il punto più meridionale dell’Europa continentale.

 Carlo ha portato con sé il costume da bagno contando di nuotare come lo scorso anno nell’insenatura turchese sottostante il tempio, (dalla spiaggia una grotta - oggi insabbiata – conduceva all’Ade…). Oggi però c’è un vento freddo da nord-est che non invita certo ad immergersi, anche se il luogo è sacro……. Ritorniamo in auto e ammiriamo dall’alto l’impressionante baia di Porto Kajo (Porto Quaglia per i Veneziani), l’unico vero ridosso ogni-tempo del Mani, territorio altrimenti molto scosceso e inaccessibile, ricco di terrazzamenti millenari per un’agricoltura di stenti e di grotte, calanche e archi naturali lungo le coste rocciose. Ci fermiamo per la colazione al sacco tra le torri di Laghia, pochi km nell’entroterra, dove cerchiamo protezione dal vento sotto il campanile della chiesa. L’atmosfera è quasi irreale, circondati come siamo da case e torri maniote deserte. Solo un bar aperto ci accoglie dopo pranzo per un ottimo caffe ”ellenikò” servitoci con grande fierezza e simpatia da un arcigno maniota autentico, al quale promettiamo di ritornare. Risaliamo verso nord tutta la costa orientale del Mani percorrendo stradine deserte con panorami mozzafiato sull’immensità del Mare Egeo. L’isola di Citera (Cerigo per i Veneziani) si intravede all’orizzonte. Carlo cerca di spiegare a Gianni e Rosalia cosa significhi navigare in queste acque (deserte anche in estate) dove si deve stare costantemente all’erta per le raffiche improvvise di maestrale o meltemi che piombano giù dalle montagne, obbligando a tenere sempre una-due mani di terzaroli, anche con apparente calma di vento. Dopo un’altra sosta nel paesino-porticciolo di Kotronas, dove ODYSSEA l’estate scorsa era l’unica barca da diporto all’ormeggio, all’imbrunire ripartiamo per Kalamata dove arriviamo per cena stanchi (soprattutto Gianni con 300 km di guida su quelle strade) ma soddisfatti e contenti di sapere che nel Mediterraneo esistano ancora luoghi come il Mani. Il 31/12 trascorre pigramente mentre Carlo è affaccendato per fissare sulla coperta di teck i supporti dell’ancora di rispetto (un grappino smontabile di sua invenzione), in attesa che la signorina del marina confermi di averci trovato un locale per il cenone di fine-anno. Finiamo in un ristorante chic, tipico greco, frequentato da famiglie e clan della Kalamata bene, che tra le diverse portate del menù si alternano sulla affollata pista centrale dove un’orchestrina con due cantanti suona in continuazione ballate di bouzouki. Niente sirtaki, Carlo spiega a Gianni che attende un ritmo di Zorba per buttarsi nella mischia: qui siamo nel profondo Sud, quasi a Creta, il regno del bouzouki. Quando alcuni greci alle 4 incominciano a lasciare il locale, anche noi decidiamo di andare a dormire. Abbiamo comunque notato una cosa strana per una città mediterranea: a mezzanotte nessun “botto”, solo un conto alla rovescia per un brindisi collettivo durante la cena che qui incomincia alle 11!

La mattina di Capodanno ci alziamo che il sole è già alto e decidiamo di andare a Methoni per visitare quanto rimane dell’antica Modon veneziana, con la vicina Coroni gli “occhi della Serenissima”, protesi ad intercettare eventuali flotte turche dirette verso il “Golfo di Venezia”, l’attuale Mare Adriatico a nord di Corfù. A Modon –a metà viaggio tra Venezia e Giaffa in Terrasanta- tutte le galee dei pellegrini sostavano nel porto sotto le mura (ancora intatte) in modo che gli ospiti paganti potessero riposare e divertirsi dopo settimane di navigazione. Anche noi vogliamo essere della partita e, dopo una veloce visita alle dune sabbiose che circondano la stupenda baia di Voidokilia (sovrastata da un'altra fortezza bizantina-veneziana), nel pomeriggio raggiungiamo Methoni. Come temevamo (è Capodanno!) l’ingresso della fortezza è chiuso, ma riusciamo ad introdurci ugualmente nella città antica da una apertura minore verso il porto che Carlo sapeva per esperienza essere valicabile. Il luogo è straordinario: mura e bastioni ciclopici strapiombano sul mare. Dalla cinquecentesca “Porta da Mar” raggiungiamo il “Boutzi” la torre turca ottagonale a protezione del porto, che sulla copertina del libro “Sulle rotte della Serenissima” dell’amico venturiere Franco Masiero si staglia dietro al Vistona di GianMarco. Siamo colpiti da così tante coincidenze: con il cellulare chiamiamo Franco a Venezia per augurargli Buon Anno e chiedergli quando vuol tornare da queste parti. Si fa tardi e dopo un giro completo della città-fortezza oggi abbandonata, proseguiamo in auto su un’ottima strada tra le montagne del “dito” più occidentale del Peloponneso per raggiungere Coroni, l’altro “occhio della Serenissima”. Qui visitiamo l’intera fortezza (ancora più imponente di Modon) oggi occupata da una serie di monasteri che le suore locali ci invitano a visitare e da cui godiamo uno stupendo tramonto. Accanto a uno dei monasteri, un’austera cappella medievale costruita sull’angolo di un tempio dorico, del quale sono ben visibili i basamenti delle colonne di un tempo (ora a pezzi lì intorno) ci fa meditare sul fatto che questo luogo dev’essere sempre stato ritenuto sacro….qualsiasi fosse la religione….. Torniamo a Kalamata dove ODYSSEA ci accoglie a bordo per una spaghettata, dopo il solito aperitivo a base di ouzo e taramosalata, in attesa che l’acqua bolla in pentola. Lavati piatti e pentole si va a dormire perché domani ci attende una giornata lunghissima….. Carlo vuole infatti andare a vedere la baia di Korfos, sulla costa orientale del Peloponneso, di fronte ad Atene (Golfo Saronico), dove la prossima estate vuole trasferire la barca.

E’ il luogo, molto protetto, consigliato da Marco Pozzi, vice-presidente dei Venturieri, che qui lasciava la sua barca alla fonda in inverno, alcuni anni or sono, sorvegliata dal suo amico ristoratore-marinaio Georgios, del quale ci ha anticipato la disponibilità e simpatia. Il 2 Gennaio partiamo presto e attraversiamo rapidamente il Peloponneso verso nord-est, scavalcando due catene di montagne un tempo verdissime ma ora completamente bruciate dall’incendio spaventoso dell’agosto scorso. E’ davvero una catastrofe! Dopo l’incendio si sono innescate numerose erosioni che aumentano ad ogni pioggia creando alluvioni. Ci fermiamo a visitare il mitico sito archeologico di Micene, dalle mura ciclopiche, dove Carlo e Gianni sperano di farsi immortalare da Rosalia in una foto sotto alla Porta dei Leoni, nella stessa postura, ma il risultato è penoso….. non certo a causa della fotografa….! Siamo ammirati dalla struttura perfetta delle numerose tombe principesche a “tholos” intorno alle mura, e dai tesori di 3500 anni fa esposti nel museo. Lasciata Micene, dopo una breve sosta per fotografare le mura ciclopiche della coeva Tirinto, lontana pochi km, raggiungiamo Epidauro con un balzo di 40 km nello spazio, ma 1000 anni nel tempo. E’ il primo contatto di Gianni e Rosalia con la Grecia classica e si vede! Rimangono seduti sugli spalti dell’immenso teatro, grandioso nella sua ubicazione naturale, estasiati da tanta bellezza e armonia! Per il suo perfetto stato di conservazione e la sua acustica straordinaria, il teatro è usato ancora oggi durante l’estate per rappresentazioni moderne delle antiche tragedie greche. Carlo si ripromette di andarci, una volta che ODYSSEA sia ormeggiata lì vicino. Visitiamo le rovine dell’intera città -sviluppatasi sulla fama dei discepoli di Esculapio- e la lasciamo solo perché dobbiamo raggiungere Korfos prima che faccia buio, dato che Carlo desidera osservare con attenzione la baia dove conta di lasciare la barca l’inverno prossimo. E’ davvero un luogo stupendo, molto “nature” e dal turismo ancora spontaneo, se si pensa che dista solo 15 miglia da Atene, sulla costa opposta del Golfo Saronico. La grande insenatura è chiusa da un promontorio rispetto al mare aperto costellato da una moltitudine di isole e isolotti, a poche miglia dal paese. Carlo già sogna di visitarli, quando sarà qui il prossimo inverno con ODYSSEA. Assistiamo incuriositi ad una scena tipicamente greca: un pastore che carica un intero gregge su un gozzo ormeggiato in banchina, lanciando a bordo le povere bestie…. Poi cerchiamo la taverna di Georgios, seguendo le istruzioni di Marco Pozzi.

Siamo anticipati dal greco che, vedendo apparire tre stranieri a Korfos di gennaio, ci chiede se siamo gli amici di Marco “da Milano”, e ci accoglie davanti al fuoco acceso nel camino della sua taverna come se fossimo amici da sempre. Non possiamo rifiutare il caffe greco e il metaxa che ci offre entusiasta, mentre ci illustra le caratteristiche di sicurezza di questa baia sulla costa orientale del Peloponneso. Ci lasciamo promettendogli di venire a trovarlo a Pasqua, e Gianni si sobbarca altri 200 km di guida per ritornare a Kalamata. L’indomani 3/1, mentre Carlo fa gli ultimi (??!!) lavoretti di manutenzione sulla barca, Gianni e Rosalia vanno a visitare Mistras, la capitale bizantina della Grecia nel Medioevo, che annovera nei suoi numerosi monasteri magnifiche icone e opere d’arte, in un paesaggio collinare idilliaco, inondato da ulivi e cipressi, con la città di Sparta sullo sfondo. Al tramonto ritornano a Kalamata, ripercorrendo la stessa strada dai 100 tornanti nel canyon che taglia la catena del Taigeto (coperta di pini fino all’incendio di pochi mesi fa) e decidiamo di fare un po’ di shopping nel bazar, prima dello struscio nel centro storico della città. La mattina del 4/1, sotto una pioggerellina fastidiosa, iniziata fortunatamente dopo aver caricato in macchina i nostri bagagli, ODYSSEA viene alata come convenuto sul piazzale del marina, dove –dopo il lavaggio a pressione- viene bloccata sull’invaso (che reggerà al forte terremoto del giorno successivo!) e predisposta per il rimessaggio invernale. Salutiamo tutti e partiamo per Patrasso da dove a mezzanotte parte il traghetto che abbiamo prenotato. Ci fermiamo a Pyrgos per visitare il mercato ottomano recentemente restaurato (e stravolto) che ci delude, e raggiungiamo Patrasso in tempo per passeggiare nella piazza centrale prima di cena. Optiamo per semplici ma gustosi gyros-pita (tipo panino di kebab farcito), considerando che dopo le cene dei giorni scorsi non rischiamo certo di dimagrire. Ci imbarchiamo alle 22 sull’immenso traghetto della Minoan che –dopo altri imbarchi a Igoumenitsa e Corfù- ci porterà a Venezia. Il 6/1 mattina, sotto una pioggia battente arriviamo in vista della città lagunare, che ci appare piano piano avvolta nella nebbia. La pioggia non ci scoraggia dal rimanere sul ponte, bagnati, ad ammirare la città sempre unica, che sfila sotto le murate della nave. Ci rendiamo anche conto di essere tornati nell’inverno padano! Nei colori attenuati e con i suoni ovattati dal filtro della nebbia, Venezia sembra piangere su sé stessa, conscia dei suoi problemi attuali e memore del suo passato glorioso: del suo impero di cui nei giorni scorsi abbiamo ritrovato qualche frammento: gemme preziose e lontane, che rimangono però nel nostro animo, a farci desiderare di ritornare nuovamente in questi luoghi magici, insieme a tutti coloro che condividono con noi la passione per queste belle cose. A presto Venturieri, Buon Vento!